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PARLIAMO DI...

Viaggio ai confini del libro.
L
’anniversario di
Bruno Munari

 
 Loredana Farina ripercorre le tappe del percorso artistico di Bruno Munari nel centenario della nascita   “Tu, guai se domani, quando ti svegli, non inventi qualcosa”, diceva Marinetti ai giovani ‘cappotti lisi’ che amava ricevere al Savini, dopo cena. E così Bruno Munari aderisce al Futurismo.
Nato a Milano il 24 ottobre 1907, era arrivato a Milano nel 1926, curioso, attento, con settanta lire in tasca, per sottrarsi al mestiere di cameriere cui i genitori lo avrebbero destinato, dopo aver aperto un alberghetto a gestione familiare in quel di Badia Polesine (Rovigo). A Milano cerca di mantenersi, aiutato e sostenuto da uno zio ingegnere. Ricas, il suo primo socio, ricorda: “Erano gli anni ’28-’29 … Ci siamo incontrati, ci eravamo simpatici, e così ci siamo messi insieme. Dovevamo cercare di stare al mondo, e facevamo illustrazioni e pubblicità, lavorando molto, con allegria…”. E lavorando appunto con allegria, nel 1928 Munari fa anche animazione con il coetaneo Carlo Cossio, altro transfuga dal Veneto, e firma illustrazioni, spesso umoristiche, per le riviste, comprese Grandi firme e Il Corriere dei Piccoli.
Giorgio Maffei, storico dell’editoria del ’900, propone un eccellente lavoro di schedatura di 184 opere editoriali di Munari, mettendole in fila in ordine di uscita. Consultando il suo libro, si fanno delle belle scoperte: per esempio, che il primo lavoro editoriale di Munari è costituito dalle illustrazioni di Aquilotto implume – un romanzo di avventura per ragazzi, scritto da Giuseppe Romeo Toscano per avvicinare i giovani alla fede littoria – pubblicato nel 1929. Solo la copertina è interessante, ma, a mio avviso, è significativo che il primo lavoro editoriale di Munari sia rivolto a un pubblico giovanile.
In città ci sono i futuristi (Bruno Munari firma anche il Manifesto di poetica del gruppo) e l’incontro con loro, in un certo senso inevitabile, gli apre nuove, entusiasmanti prospettive.

Marinetti, già nel 1913, aveva proclamato: “Io inizio una rivoluzione tipografica diretta contro la bestiale e nauseante concezione del libro passatista e dannunziana, la carta a mano seicentesca, fregiata di galee minerve e apolli ... Il libro deve essere l’espressione futurista del nostro pensiero futurista. Non solo. La mia rivoluzione è diretta contro la così detta armonia tipografica della pagina ... Con questa rivoluzione tipografica io mi propongo di raddoppiare la forza espressiva delle parole”. Chissà se Marinetti immaginava tutto quello che si sarebbe inventato il giovane Munari, lui sì, sul libro.
Ma procediamo con ordine. La seconda opera editoriale di Munari è Il Cantastorie di Campari, quinto e ultimo volume di una collezione realizzata e offerta in 1000 esemplari numerati dalla milanese Davide Campari & C. tra il 1927 e il 1932. Si tratta di un raffinato esempio di arte commerciale che contiene 27 figurazioni grafiche di Munari su poesie d’amore di Renato Simoni. Attenzione, però: la rilegatura è con spirale di metallo. Munari si sta facendo conoscere e sappiamo che sviluppo avrà il suo rapporto con la Campari.
Il libro “meccanico”, “imbullonato come un motore”, lo aveva sperimentato nel 1927 Fortunato Depero, realizzandolo con Fedele Azari (titolare della Dinamo Azari, casa d’arte futurista) e con Depero futurista, il suo straordinario libro oggetto, aveva suscitato un grande consenso fra le giovani avanguardie. Dal secondo futurismo, più versato nelle arti applicate, escono altre due lito-latte, cioè due libri stampati in serigrafia su latta. Il primo è Parole in libertà futuriste olfattive tattili termiche di Filippo Tommaso Marinetti e Tullio d’Albisola e il secondo è L’anguria lirica, ancora di Tullio d’Albisola, ma questa volta in coppia con Bruno Munari. La sigla lito-latta l’aveva trovata l’industriale Vincenzo Nosenzo di Savona, produttore di scatole metalliche per conserve alimentari stampate in litografia: mescolanza di competenze e ambienti che rende affascinante la ricerca futurista. La veste grafica dei libri è di Tullio d’Albisola, amico di Nosenzo. Libri di latta, dunque, che entusiasmano i futuristi: oggetti luccicanti come le carrozzerie delle automobili o come le ali degli aerei che sono i loro miti.
L’anguria lirica, terza opera editoriale di Munari, sarà esposta e premiata a Parigi alla mostra di grafiche decorative.

Centro al terzo colpo! La quarta opera editoriale è Tavolozza delle possibilità tipografiche, del 1935, programma estetico dei pittori Ricas e Munari in omaggio ai clienti del loro studio. È quasi un manifesto degli sviluppi futuri di Munari: spirale metallica, zincografie, carte trasparenti e inserti apribili. Vi si legge: “il risultato di un lavoro grafico dipende dalla stretta collaborazione tra ideatori ed esecutori”. Non per niente: lo stampatore è Muggiani, quel tipografo-editore che poi, nel 1956, “nella sua officina grafica … con rotativa a mano, su carta cercata per lungo tempo e trovata per puro caso” realizzerà Nella notte buia. Come si vede, i capolavori non escono come conigli dal cappello.
Già nell’Almanacco (anti)letterario Bompiani del 1936, il testo di Munari “Udite! Udite!” (ha proprio questo titolo) tra le pagine 65 e 80 è illustrato con montaggi fotografici in bianco e nero e fustellature.
Il poema del vestito di latte (sesto lavoro, del 1937), testi di Filippo Tommaso Marinetti, copertina e illustrazioni di Bruno Munari, è commissionato dall’ufficio propaganda della Snia Viscosa. Si tratta di un lavoro pubblicitario per promuovere il lanital, una fibra tessile artificiale che imita la lana ed è derivata dalla caseina. Siamo in piena autarchia e Marinetti inscena un dramma: “Sono un uomo duro, non abbastanza latteo benché allattato col miglior latte niveo dell’aldilà”. Munari gli va dietro con un’impaginazione ricca di interventi grafici arditi, ma accettabili per il pubblico cui si rivolge, usando anche un inserto stampato su materiale trasparente. Oggi è facile notare che tra il testo di Marinetti e il lavoro grafico di Munari il più innovativo resta il secondo. Nel 1938 esce un libro sulla fabbricazione del Linoleum e nel 1940 MOVO. Modelli volanti e parti staccate per promuovere l’aeromodellismo.
“Mi si chiede come sia possibile conciliare il mestiere di graphic designer con quello di industrial designer e questo con quello di illustratore e quello di illustratore con quello di pittore e poi, in definitiva, con quello di autore. È una domanda che mi pare sempre posta male.
Un gatto ha le unghie, ha il pelo, ha le zampe agili e la coda flessuosa: tutti elementi che fanno parte di lui e che lo definiscono. La personalità di qualunque artista dovrebbe essere così, curiosa e variegata, complessa, capace di intervenire su ogni singola operazione con un rapporto pieno e aderente al momento.” Semplice, no? E soprattutto facile a dirsi. Evidentemente per Bruno Munari è più facile a farsi.

Dal primo lavoro editoriale per ragazzi del 1929, Munari sembra non essersi più occupato di questo pubblico. Sono anni intensi per il nostro artista quelli tra le due guerre, in cui l’intervento e l’elaborazione creativa si sviluppano a tutto campo: “dai vari futurismi … all’astrazione, al surrealismo; svolge ricerche sulle macchine inutili, sulle tavole tattili e sulla plastica murale”. Si occupa di produzione grafica, di arredamento, di allestimenti, di scenografie teatrali. “Insomma, la vicenda di Munari fra le due guerre è densa di ricerche artistiche, ma anche di occasioni progettuali bi/tridimensionali. ‘Segno e sigillo dell’arte di Bruno Munari è la totalità’ ha scritto Caramel; l’origine di tale metodo, a nostro parere, è da ricercare nella fase formativa dell’anteguerra. Al termine del conflitto Bruno Munari ha quarant’anni”.
Che l’oggetto libro sia per Munari un luogo di intensa sperimentazione è documentato da quanto pubblicato fino ad ora.

Negli anni ’40 Munari si dedica con maggiore continuità ai libri per bambini. Come mai? La guerra ha spento i bollenti spiriti delle avanguardie e Munari sta cambiando vita. Ha accettato, infatti, per la prima e unica volta, un lavoro dipendente, quello di art director di Tempo di Arnoldo Mondadori, e nel 1940 gli nasce un figlio. Quest’ultima parte della storia la conosciamo meglio perché Munari ne ha parlato. “Quando hai cominciato a pensare a questo progetto?” “Quando è nato mio figlio, nel 1940. Così, dal ’43 al ’45 ho cercato di capire la sua natura, senza imporre quel che io credevo dovesse fare. È per quello che ora è contento e ha successo. È a questa sperimentazione in famiglia che devo anche i progetti e le idee dei libri per bambini. C’era tutta una zona inesplorata, nella quale ci sarebbe stato bene un libro anche per bambini che non sanno leggere – come i Prelibri che poi ho fatto: vedevo i tipici libri per l’infanzia, tutto testo, con poche illustrazioni al tratto, perché costava meno … Invece, con tutte le possibilità che offre l’industria tipografica – pieghe, carte, tagli, fori, fustellature – c’erano tanti altri modi di comunicare.

Ecco, il libro è fatto anche di comunicazione visiva, di comunicazione attraverso i sensi, oltre che con la parola e con la vista. Un altro accorgimento che ho adottato e che ritengo fondamentale in questo settore, è che nei libri per bambini non ci deve essere il protagonista, perché il protagonista ‘plagia’ il bambino. Nei miei libri il protagonista è il bambino stesso che guarda, che entra nella nebbia, che guarda la giraffa attraverso il buco della pagina – nel libro Chi è? Apri la porta –, che apre la porta: dentro i libri ci sono molti personaggi e molte storie semplici ma curiose, però nessun protagonista. È il bambino che si deve sentire protagonista”. Ho sempre invidiato questo piccolo Alberto – mio coetaneo – con un papà che, non trovando libri adatti a lui, glieli inventa personalmente e glieli fa provare per primo per vedere se funzionano. (A me la mia mamma faceva le ‘pue di pezza’). Munari scopre un vuoto nel mercato che colma sperimentando i progetti in famiglia. Altro che marketing e brainstorming!
Fatto sta che negli anni ’40 escono Mondo, acqua, aria, terra, della casa editrice Italgeo, con immagini geografiche per ragazzi, in custodia di cartone che contiene quattro libri;

Il teatro dei bambini, per la casa editrice Gentile, un progetto di Bruno Munari con bozzetti di Gelindo Furlan. Si tratta di una cartellina a quattro ante da montare in forma di teatrino, con copertina originale a colori con aletta fustellata apribile e tavole illustrate a colori da ritagliare; CappelliAntica farmaciaOrologiaioSali TabacchiSalumeriaMusica, sempre per la casa editrice Gentile, con bozzetti di Gelindo Furlan: una cartellina con tavole illustrate a colori da ritagliare e una copertina originale con aletta fustellata apribile. Questi lavori riprendono la tradizione del libro da montare e lasciano intuire gli sviluppi successivi dello studio munariano. Gelindo Furlan, l’illustratore, è pure lui futurista. Coetaneo e amico di Munari, proviene da Badia Polesine. Mi piace immaginare che siano emigrati a Milano insieme.
Le macchine di Munari, che esce per i tipi dell’Einaudi nel 1942 (grazie anche all’amichevole tramite di Zavattini) nella collana Libri per l’infanzia e la gioventù, raccoglie le macchine inutili che Munari disegnava nel periodo studentesco.

Sempre per Einaudi nel 1942 esce anche l’Abecedario di Munari: alla lettera S Einaudi aveva chiesto di illustrare lo Struzzo. Munari, consegnando il lavoro, scrive: “per i fondi colorati della pagina di sinistra e per le lettere alfabetiche della pagina di destra potreste fare dei clichè di legno, questo vi porterebbe una grande economia”. Segno che teneva d’occhio sia i processi di stampa sia il problema economico.

Per Mondadori, nella collana I libri di Munari escono Mai contentiL’uomo del camion; Toc toc Chi è? Apri la porta; Il prestigiatore verde; Storie di tre uccellini; Il venditore di animali; Gigi cerca il suo berretto: all’interno delle poche pagine, si aprono finestre e si sollevano alette. Sono, insomma, giochi e contenitori di sorprese che chiamano il lettore bambino a interagire.

Mondadori sembra proprio l’editore giusto, visto che anche lui ha esordito in editoria nel 1911 con libri per bambini sotto la sigla “La scolastica” di Ostiglia, e che le Officine Grafiche di Verona, nel 1935, erano state capaci di risolvere i problemi di produzione delle “illustrazioni a sorpresa” di Topolino al circo di Walt Disney. Dei dieci menabò proposti, l’editore pubblica il primo e il secondo nell’ottobre 1945, ma “siccome c’era la guerra, non sempre lo stabilimento era libero”. Così dice Munari. In pratica, fino al dicembre 1946 escono sette titoli “con carte diverse e con il materiale grafico che si trovava in quel momento”. Quali siano questi ultimi libri lo sappiamo bene perché sono ancora sui banchi dei librai, grazie alla riedizione che ne ha fatto l’editore Corraini di Mantova. La paternità è stata un’esperienza fondamentale nella vita di Munari artista. Realizzerà infatti anche due giochi in gommapiuma armata per Pirelli-Pigomma, che sono: nel ’52 il Gatto Meo e nel ’53 la Scimmietta Zizi (Compasso d’oro nel 1954). Nel 1971 progetterà poi, per Robots, la struttura abitabile per bambini Abitacolo.
Ma il lavoro di Munari rivolto ai più piccoli non si ferma qui e, dopo l’incontro con Franco Russoli, sovrintendente di Brera, nel 1977 organizza i Laboratori sull’arte, che poi si differenziarono e moltiplicarono. “A un certo punto lui ha avuto questo innamoramento per i bambini, anzi lui aveva un animo da bambino”, dice Ricas. Il censimento delle opere editoriali di Munari – fatto da Giorgio Maffei – documenta bene il suo viaggio ai confini del libro come oggetto privilegiato di sperimentazione, fino agli ultimi giorni di vita. Questa sperimentazione, certamente nata dalla frequentazione futurista, si è sviluppata sulle opere editoriali in genere (non si possono dimenticare i Libri illeggibili), per focalizzarsi, dopo la fondamentale esperienza della paternità, sui libri per bambini che non sanno ancora leggere le parole. Secondo me questa è stata la sua scoperta. Munari si è trovato allora di fronte a un nuovo mondo da esplorare, e ha usato da par suo competenze diverse in ambiti fino ad allora inimmaginabili. Gliene siamo ancora debitori.


 
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